I 5 stelle di Portofino e Roma si illuminano di arte
Nelle 33 camere luxury, oggi considerate veri e propri capolavori, e nelle aree comuni dell’Hotel Splendido di Portofino, ispirato alla tradizione pittorica ligure degli anni ’50, è riconoscibile un tocco originale e autentico rispetto a tante altre strutture di lusso della Riviera di Levante, reso possibile dalla mano dell’artista Gio Bressana, formatosi presso l’Istituto Caravaggio.
Cosi’ come all’iconico Hotel de Russie di Roma, cinque stelle, simbolo dell’ospitalità internazionale capitolina, e nel prestigioso ristorante Le Jardin, dove la pittura trompe-l’œil trasforma le pareti in un dialogo continuo tra natura e architettura.
Lavori che si estendono anche fuori confine, ai grattacieli di Dubai, in Cina o a Miami, e nelle location private di brand prestigiosi quali Fendi Casa, Roberto Cavalli Home e nelle importanti committenze internazionali tra cui Bentley, Rolex, Dorchester Collection e Roger Vivier.
Spazi in cui trionfa il dominio delle grandi superfici e la reinterpretazione dello stile rinascimentale in chiave contemporanea, riconosciuti anche presso la Famiglia Reale Saudita, Casa Vogue, e in altri contesti di rinomata accoglienza come l’Hotel de La Ville di Monza.
Bressana che ha collaborato anche in Asia, con il gruppo Tân Hoàng Minh, leader nel settore delle costruzioni di lusso, realizzando affreschi e dipinti per il Palais de Louis, sontuoso palazzo privato situato in una delle zone più prestigiose di Hanoi, dentro ad un percorso più ampio che si snocciola e si sviluppa tra Europa e Medio Oriente, con interventi in Giappone, Australia, Singapore.
La sua pittura non si limita ad occupare una parete: la attraversa, la abita, la trasforma in esperienza, portando nel presente un linguaggio antico e rendendolo vivo, emotivo, profondamente umano. Un ‘dialogo’ con l’architettura, con la luce e con chi vive lo spazio, fino a dissolvere il confine tra opera e ambiente.
Sul suo rapporto con la sua formazione classica l’artista ammette: “è molto intimo. La pittura classica non è qualcosa che si abbandona, è una disciplina che rimane dentro. Mi ha insegnato a guardare, a rispettare lo spazio, a comprendere la luce. Ancora oggi tutto parte da lì: non come citazione, ma come struttura mentale”.
Ma gli spazi non bastano più… “È successo senza uno strappo. Dipingevo opere sempre più grandi e sentivo che mancava qualcosa. Non era più una questione di soggetto, ma di respiro: avevo bisogno che la pittura uscisse dai bordi, che diventasse continua. È stato allora che ho iniziato a pensare allo spazio non come supporto, ma come parte integrante dell’opera.
Fino a giungere all’arte immersiva…. “Sì. Per me l’arte immersiva non è un effetto spettacolare, ma una condizione naturale. Significa togliere un punto di vista unico e lasciare che lo sguardo si muova liberamente. Quando entri in uno spazio e non distingui più dove finisce l’architettura e dove inizia la pittura, allora sei davvero dentro l’opera”.
E sul ruolo dell’arte oggi, Gio chiosa con nobile decisionistmo: “Credo che l’arte debba tornare a trasformare. Non spiegare, ma far sentire. Non essere solo guardata, ma vissuta. Perchè l’arte può ancora migliorare il modo in cui abitiamo i luoghi”.





